Punture di spillo 2026-
Fino all’ultimo la Premier ha cercato di non intestarselo ma non c’è riuscita. Il testa a testa di questi ultimi giorni tra “no” e “si” sul referendum di marzo l’ha costretta a metterci la faccia. Una “faccia”, in caso di sconfitta, che comunque non la porterebbe a dimettersi ma inevitabilmente la ridurrebbe ad una “anatra zoppa” per tutto il fine legislatura.
Del resto, le dimissioni sono un istituto estraneo alla cultura della Destra, una volta giunta al potere. E Giorgia non è da meno. I casi della ministra Santanchè, del sottosegretario Delmastro e di Giusy Bartolozzi, capo di Gabinetto a via Arenula, sono lì a dimostrarlo.Certo, il “si” potrebbe avere conseguenze anche nelle prossime politiche e sulla guida della futura legislatura. Illuminante una vignetta di Ellekappa:
“Pe’ separà le carriere – dice la ragazzotta della Garbatella – abbiamo stravolto sette articoli della Costituzione. Con i rimanenti 132 famo i conti dopo…”. E in effetti in un primo momento nella vita dei cittadini non cambierà nulla. Non il giorno dopo, ma in prospettiva assisteremo ad uno spostamento degli equilibri determinato dai decreti attuativi, in parte già pronti, per essere approvati da questo Parlamento a maggioranza bulgara. Com’è avvenuto per la riforma oggetto del referendum che, in ben quattro letture, non è cambiata neppure in una virgola.
Il rischio, passo dopo passo, e che ci potremmo trovare alla fine della democrazia rappresentativa, che si fonda sulla divisione dei poteri, con un governo che li riassume e non vuole avere controlli e impedimenti da parte di altri, subordinando le funzioni giudiziarie all’esecutivo.
Chi vota “si” punta a rafforzare il potere politico sui giudici e realizza il vecchio piano di Berlusconi che, non a caso, li definì “mentalmente disturbati”.La separazione delle carriere è infatti una foglia di fico dietro la quale si cela il disegno del governo di prevalere sul potere giudiziario. Nei fatti la divisione già c’è e non c’entra nulla con una riforma che in realtà non tocca le questioni che davvero interessano i cittadini: processi più rapidi, procedure più snelle, carceri più vivibili. Al contrario, si triplicano gli organismi e aumentano le spese con altre due sedi per i CSM, Presidenti, componenti e staff. E soprattutto con il controllo “politico” sugli organi di autogoverno della magistratura.
Non è un caso che il ministro Nordio prepari il terreno definendo “paramafioso” l’attuale CSM presieduto dal Presidente della Repubblica e il suo Capo di Gabinetto parli della magistratura come di un “plotone di esecuzione”.Il vero nodo della riforma è infatti proprio il ruolo del CSM, che è il garante effettivo dell’indipendenza dei giudici, e che il Governo vuole rendere irrilevante. Come si è detto “spacchettandolo” e minandolo nella sua autorevolezza dalla ignominia del sorteggio.
PdA