SMARRIRSI

Beaumont sur Mer –

Viaggiare ha ispirato da sempre scrittori, poeti, pensatori e artisti, che hanno condiviso pensieri molto belli, e citazioni toccanti sul viaggiare.

“Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita. (Jack Kerouac).

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo.”Perdersi” fisicamente o mentalmente potrebbe permettere di superare abitudini, vincoli mentali e aspettative, aprendo la mente a nuove prospettive e scoperte inaspettate. Potrebbe rappresentare un invito a ispezionare l’ignoto, sia negli ambienti fisici che dentro di sé, trovando così una forma di rinnovamento e consapevolezza più profonda..

“Fu un viaggio splendido l’attraversare quegli altipiani, con la vista dello Ionio dall’alto e il panorama dell’ampia vallata del Crati e dell’alta catena del Pollino, avvolta nella bruma del primo autunno, poggiando lo sguardo sui fianchi delle colline coperti di olivi. La strada gira intorno ai precipizi, dove scendono dal monte i ruscelli; sono ricoperti di querce da sughero, lecci e altra vegetazione; tra i rami volano rigogoli, ghiandaie, upupe e coracie garrule. Nell’inverno i gelidi venti dell’Appennino spazzano questi monti, ma in questa stagione è una zona stupenda”.

”N. Douglas

Vecchia Calabria”C’è sempre una prima volta e posso dire che questa è, per me, la prima volta che amo, coscientemente viaggiare e conoscere la mia Regione. A dire la verità non sono mai stato un campanilista, ho sempre pensato di voler andar via, perché ne avevo la necessità, e penso di non essermi sbagliato. Il mio andar via dalla terra bagnata dal Mare di Ulisse, mi ha permesso di assumere un punto di vista diverso. Amare significa anche osservare, facendo delle cose e cercare di contribuire in prima persona al benessere della comunità. Da quando son tornato, dopo anni di nomadismo, ho notato che i Calabresi che comandano non sono persone normali, ma fattucchieri! Incantatori di serpenti costretti a nascondere la loro natura e i loro poteri per rispettare le leggi dei Custodi, ai quali devono obbedienza. Le Leggi che gli altri miei conterranei prima o poi, vorranno infrangere e così smentire clamorosamente quelle persone che mi accusano di produrre solo “fiumi di parole” attraverso la mia poca “spontaneità”.

Scrivo auspicando che queste parole non diano ragione ai qualunquisti che ho appena citato. Perché una popolazione spaventata è una popolazione mite e i Calabresi erano e sono sempre più irrequieti. I figli di questa terra leggendaria avvertono di essere esclusi in qualche modo dalla festa. Per salire sulla giostra del consumo frenetico, servono soldi e per avere soldi bisogna lavorare, cioè vendersi al miglior offerente, se si trova. Il sistema dominante ha fatto del lavoro il suo principale valore. Lo usa come ricatto per dominare e come strumento di guadagno.Le persone devono lavorare sempre di più per pagare a credito la loro miserabile vita. Si sfiancano sul lavoro, perdono la maggior parte della loro forza vitale e subiscono le peggiori umiliazioni. Dedicano tutta la vita ad un’attività faticosa e noiosa per il profitto di pochi. L’invenzione della disoccupazione moderna è sempre lì, in agguato, per spaventarli e costringerli a ringraziare la generosità dei potenti. Ciò che mi auguro è un’azione rivoltosa contro questo sistema di abusi e sottomissioni. un’azione di ribellione contro i poteri forti e le loro sanguisughe che per secoli hanno operato sulle vite dei Calabresi.

Non sto cercando di dare un’interpretazione anarchica del pensiero rivoluzionario che ha caratterizzato la mia generazione. Né scrivere “fiumi di parole inutili” come qualche benpensante ama descrivere ciò che faccio. I Calabresi hanno il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che mettono in tasca.

Nel romanzo del 1895, “La macchina del tempo”, di H.G. Wells, il protagonista, dopo aver inventato una macchina che avrebbe attraversato il tempo, decide di partire e si trova ad esplorare un mondo del remoto futuro post-atomico, apparentemente un eden lussureggiante e tranquillizzante. Incontra un gruppo di ragazzi e ragazze, giovani, biondi e di bell’aspetto, che si disinteressano di tutto, incolti, senza una organizzazione sociale, senza aspirazioni e che si limitano a vivere nell’ozio consumando il cibo e i beni che trovano inspiegabilmente preparati per loro in una antica rovina della precedente civiltà, che hanno irrimediabilmente dimenticato assieme a tutta la cultura e la scienza del loro passato. Incontra anche un cane che, come tale, abbaia senza motivo quando fiuta o sente un “pericolo” (ad esempio, il tossire di qualcuno). Quanto ad olfatto e udito, gli amici a quattro zampe sono imbattibili, ma esagerano spesso nella stima delle minacce. Non riescono a distinguere una potenziale minaccia da una vera come quella alla quale si trova l’umanità in questa confusa fase storica.

Gigino Adriano Pellegrini

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