NESSUNA RISPOSTA

Beaumont sur Mer

“Coi folli è necessario essere folli. Con Tolstoj non è necessario essere nemmeno troppo folli: Le Memorie di un folle o memorie di una follia: è sbagliato. Ma memorie di un lucido, non le Memorie di un folle, dove è meno volutamente falso pur essendo falsa la morale. Le Memorie di un folle non sono le memorie di una follia, e nemmeno le follie di una memoria. Non sono affatto le sue Memorie, la memoria della nostra follia o la follia della nostra memoria: non sono assolutamente ne la mia memoria, ne la mia follia. Le Memorie di un folle non sono le memorie di una follia, e nemmeno le follie di una memoria. Non sono affatto le sue Memorie, la memoria della nostra follia o la follia della nostra memoria: non sono assolutamente ne la mia memoria, ne la mia follia.” Majakovskij.

Può qualcosa o qualcuno autocrearsi? Questa è la domanda che mi pongo da oltre 30 anni. Questa domanda mi ha condotto a uno dei paradossi più profondi dell’esistenza. Se qualcosa dovesse autocrearsi, dovrebbe prima esistere per compiere l’atto creativo. Ma se esiste già, allora non è mai stato veramente “creato” da sé. Questa contraddizione ci conduce a una verità fondamentale: l’autocreazione è impossibile perché l’esistenza non può precedere se stessa.

Supponiamo per un momento che un essere possa creare se stesso. Se ciò fosse vero, significherebbe:comprendere se stesso prima di venire a far parte dell’esistenza. Inoltre, dovrebbe definire i propri punti di forza, le proprie debolezze, il fine ultimo e ogni minimo dettaglio riguarderebbe se stesso prima di esistere. Questa consapevolezza creerebbe un ciclo infinito di auto-interrogativi: se posso definire me stesso, dovrei cambiarmi? Potrei migliorare la mia intelligenza, le mie capacità o i miei limiti?Ecco perché la vera auto-creazione è una contraddizione: una mente che comprendesse pienamente se stessa prima dell’esistenza non si stabilizzerebbe mai in una forma singolare. Esisterebbe in continua trasformazione o collasserebbe nel non-essere a causa del peso delle sue infinite possibilità. Ciononostante, vorrei tanto nascere da me.Gli esseri umani, ad esempio, dovrebbero possedere il libero arbitrio e autoconsapevolezza, ma non di conoscenza assoluta. Se conoscessimo la natura completa della nostra esistenza – come è stata creata la nostra anima, come si sviluppa il nostro destino e i precisi meccanismi della nostra coscienza . Sovraccaricheremmo il nostro senno di paradossi, rendendo l’azione priva di significato. Ciò sarebbe in linea con i Teoremi di Incompletezza di Gödel, che sono due famosi teoremi dimostrati da Kurt Godel nel settembre del 1930. Gödel enunciò il suo primo teorema di incompletezza durante una tavola rotonda a margine della Seconda Conferenza sull’ epistemologia delle scienze esatte di Konigsberg. John von Neumann, presente alla discussione, riuscì a dimostrare il teorema per conto suo verso la fine del 1930 e, inoltre, fornì una dimostrazione del secondo teorema di incompletezza, che annunciò a Gödel in una lettera datata 20 novembre 1930, che dimostra come un sistema non può mai spiegarsi completamente dall’interno. Possiamo cercare la conoscenza, ma raggiungeremo sempre un confine oltre il quale alcune verità rimarranno inaccessibili, perché si trovano al di sopra del nostro livello di comprensione. Di conseguenza, saremmo destinati a esplorare la conoscenza, ma non a conoscere tutto, perché la conoscenza assoluta di se stessi equivarrebbe a essere il creatore. Quello che ci resta è il “sé” che si crea attraverso il processo di negazione del dolore, della paura e dell’insicurezza. Se mai dovessi trovarmi in una situazione in cui non fossi impegnato a tempo pieno nella negazione del dolore, della paura e dell’insicurezza, allora è assolutamente certo che non avrò più un sé, non sarò più affiliato a un sé, non sarò più attaccato o identificato con un sé.Il modo in cui il sé viene creato, attraverso il collaudato meccanismo della negazione, è molto semplice e facile da spiegare. Si forma una membrana, una sorta di “confine unilaterale” entro il quale non guardiamo mai. Guardiamo verso l’esterno, ma in nessun caso guardiamo dentro. Se mi si chiedesse di “guardare dentro” il confine unilaterale che crea il sé, esaminerò i banali contenuti della mia banale mente razionale e poi immaginerò che questa superficiale autoispezione costituisce un autentico “guardare dentro”. Nulla, tuttavia, potrebbe essere più lontano dalla verità. Non sto affatto guardando dentro, sto “guardando fuori”, proprio come faccio sempre. Sto guardando ciò che si trova all’esterno del confine della negazione perché è l’unico posto che so guardare, l’unico posto che mi è permesso guardare.

Guardare dentro non significa controllare cosa ho lì nel registratore di cassa della mente razionale. La mente razionale esiste all’esterno della “membrana mentale invisibile” di cui stiamo parlando. Tutta la mia vita – nella misura in cui è mediata dalla mente razionale-concettuale – esiste all’esterno di questa membrana, di questo confine unilaterale. Ecco perché chiamiamo il confine unilaterale “confine unilaterale” – perché per quanto mi riguarda non c’è nulla all’interno, perché per quanto mi riguarda non c’è alcun tipo di confine lì. Esiste, in altre parole, uno stato di “assoluta negligenza” riguardo al fatto che ci sia un interno, che ci sia un altro lato del confine o limite che non riconosciamo in primo luogo. È questa assoluta negligenza che crea il confine unilaterale, ed è quindi questa assoluta negligenza che permette alla mente razionale di operare come mente razionale. Senza questa negligenza, senza questa entropia mentale, non c’è razionalità.

Gigino Adriano Pellegrini

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