“DUBBI” DI MELONI E SCHLEIN DOPO GENOVA
Elly Schlein, galvanizzata dalla vittoria a Genova, osserva che la la Statista della Garbatella “vince nei sondaggi mentre la Sinistra nel voto”. La Premier replica che solo un anno fa la Liguria è rimasta alla Destra nonostante gli “appetiti” delle Opposizioni e la vicenda giudiziaria che aveva investito il Presidente Giovanni Toti. Hanno ragione tutte e due anche se le elezioni locali fanno storia a sé e le sorprese sono sempre dietro l’angolo. La segretaria del PD farebbe bene quindi a non sottovalutarlo e a non spingere sull’acceleratore dell’ottimismo mentre la Premier si dovrebbe interrogare se la Lega rappresenti ancora un valore aggiunto o invece un “freno” per l’ulteriore crescita di Fratelli d’Italia come forza di Centro sul modello della vecchia Democrazia Cristiana. Per ora siamo solo al primo tempo, per cui occorre attendere l’esito dei ballottaggi e se i cinque referendum su lavoro e cittadinanza riusciranno tra due settimane a superare il quorum del 50 più uno degli aventi diritto al voto. Il ché, con l’affluenza di Genova e di Ravenna, sembra assai difficile vista la campagna della Destra per disertare le urne e considerato che nei ballottaggi molti, di craxiana memoria, preferiscono restarsene a casa o andare al mare.
La politica quindi rinvia. A quando? Alle regionali d’autunno con 17 milioni di elettori. Certo, se le Opposizioni facessero l’en plein, la Schlein qualche pensierino sul futuro del campo largo sarebbe autorizzata farlo mentre in Meloni si rafforzerebbe l’opzione di cambiare la legge elettorale “a misura” della Destra, un “calcio” a Salvini e anticipo di elezioni politiche nella primavera del prossimo anno. A questo punto, non un azzardo ma una necessità. In questo quadro sarà decisivo mettere la “fiamma” tricolore su una regione del nord. In Lombardia, per esempio, dove però la Ducetta comanderebbe per interposta persona, visto che i fratelli Ignazio-Benito e Romano La Russa fanno il bello e cattivo tempo. L’alternativa resta il Veneto di Zaia, ma aprendo un conflitto con Salvini che cova dall’inizio della legislatura e che viene sopito soltanto con l’ “amore” per le poltrone.
Se Atene piange, Sparta non ride! Perché anche Elly Schlein ha le sue gatte da pelare. Il campo largo funziona – e non sempre – a livello locale ma non è detto che tutte le Opposizioni siano d’accordo, con elezioni nazionali, di portare acqua al mulino del PD. Considerato che parliamo di un Partito diviso al suo interno e di una segretaria molto particolare. E’ vero che lei continua a dirsi “testardamente unitaria” ma sono gli altri che non sono disposti a riconoscerle questa leaderschip.
E allora? Visto che uniti si vince e divisi si perde, si tratta di non ripetere l’errore del 2022 che permise a Meloni di andare a Palazzo Chigi e di trovare un… Federatore. Come nell’Ulivo con Romano Prodi che batté Berlusconi nel 1996 e nel 2006. Vero che l’alleanza, in tutte e due i casi, non resse ma non per colpa sua.Schlein quindi dovrebbe per il momento mettere da parte le sue legittime ambizioni e guardarsi intorno: fuori ma anche dentro il Partito. E si accorgerà che in uno dei corridoi si aggira una mucca. Per non vederla bisogna essere cechi! E’ Pierluigi Bersani, oramai fuori dai giochi politici ma in grado ancora di bucare lo schermo e di catturare, con un linguaggio semplice ma efficace, l’attenzione e il voto di tanti che da anni disertano le urne. Perché non avere l’umiltà di provarci?
PdA